L’incontro con le elefantesse
Ero accovacciata, quasi nascosta tra la fitta vegetazione bagnata, in attesa di quell’incontro su cui avevo tanto fantasticato. Ba ci aveva guidati fino a quel punto e ci aveva chiesto di non muoverci, di essere pazienti.
D’un tratto la vegetazione ruppe il silenzio. I rami cominciarono a sbattere fra loro, alcune foglie caddero vittime di quel trambusto. Poi una vibrazione del terreno, il passo pesante di un elefante che veniva proprio nella nostra direzione. Ero così concentrata a non perdere nemmeno un istante di ciò che mi stava intorno da non sbattere neppure le palpebre, senza accorgermi che le gambe mi si erano addormentate in quella posizione innaturale.



Una macchia grigia spiccò tra il verde acceso, prima dai contorni incerti, poi simile a un enorme masso rugoso, lento ed elegante. Lei era Bun Kham.
Era così vicina che potevo distinguerne ogni dettaglio. Si muoveva lentamente, con passo sicuro, tra la vegetazione, sollevando la proboscide quasi a voler annusare l’aria. Afferrò un ramo e tirò con forza, fino a strapparlo dall’albero.
Mentre io rimanevo immobile, a bocca aperta, l’elefantessa continuava a mangiare e ad avanzare. Quando si allontanò, Ba ci disse di alzarci e iniziammo a seguirla, passo dopo passo attraverso la foresta. A un tratto mi ritrovai vicinissima, a poco più di due metri dalla sua coda che dondolava a destra e a sinistra.
Quando capitava di perderla di vista, Ba si metteva in testa alla fila e con il machete apriva la strada al nostro passaggio, tagliando con movimenti sicuri ed esperti i lunghi rami sottili che crescevano in ogni direzione.
Quando la raggiungemmo erano in due. Bun Kham aveva trovato una sua coetanea, Ta Nuon. Si toccavano con la proboscide, quasi si stessero scambiando dei normali convenevoli. Appoggiavano le fronti l’una contro l’altra e a un tratto una delle due si mise a curiosare con la proboscide nel grande orecchio dell’altra. Si seguivano, si cercavano, finché un albero dalle foglie apparentemente succulente non catturava la loro attenzione.

Non smisero mai di mangiare. Ba, sottovoce, ci disse che un elefante adulto può trascorrere fino a dodici ore al giorno a nutrirsi, ingerendo anche 150–200 kg di vegetazione. Senza sosta allungavano la proboscide, afferrando tutto ciò che capitava: rametti, foglie, germogli e, perché no, anche qualche pezzo di corteccia.
La sequenza dei movimenti era affascinante. Per quanto semplice e naturale fosse il gesto di portare il cibo alla bocca, la proboscide si muoveva con una sinuosità sorprendente. Meno sinuoso era il movimento delle enormi orecchie, che oscillavano come giganteschi ventagli, rendendole piuttosto buffe nonostante la stazza.
A un tratto ci ritrovammo in una piccola radura. Sembrava quasi un giaciglio, con la vegetazione schiacciata e calpestata a terra e gli alberi a fare da pareti naturali. Lì la loro stazza sembrò aumentare, ma ormai mi sentivo completamente a mio agio in loro presenza. Con il permesso di Ba, feci un ulteriore passo verso di loro per scattare una foto.
Eppure, quelle due elefantesse che avevamo seguito attraverso la foresta non erano completamente selvatiche. Un tempo gli elefanti di Yok Don venivano cavalcati dai turisti. Ba ci raccontò che erano stati impiegati anche per il trasporto del legname e per altri lavori.
Ba lo raccontava con un certo orgoglio: quella realtà era ormai soltanto un ricordo. Nel 2018, il Parco nazionale di Yok Don e l’organizzazione Animals Asia avevano avviato un progetto per sostituire le cavalcate turistiche con un modello di osservazione rispettoso degli animali. Gli elefanti non vengono più cavalcati dai visitatori, né toccati o lavati durante le escursioni. Si osservano mentre si muovono nella foresta, mentre mangiano, mentre decidono dove andare.
Si rispetta il loro spazio, senza interferire con le loro abitudini. Ci si muove piano, cercando di non fare rumore. Quella mattina ebbi l’immenso privilegio di osservare il loro mondo, senza chiedere di farne parte.
Ba ci fece segno che era ora di andare. Sulla via del ritorno raccolse una foglia e cominciò a suonare una vecchia canzone, un motivetto di quando era bambino. Non so come, ma lo faceva sembrare così semplice che mi venne voglia di provare. Non so dire quante volte me lo spiegò e quante volte fallii.

Continuammo a camminare verso l’ingresso del parco, lasciandoci alle spalle la foresta mentre Ba suonava quel vecchio motivetto.
La giornata, però, non era ancora finita. Dopo pranzo ci aspettava un altro incontro speciale: quello con un mahout.
Il Mahout e il suo elefante
Ba ci accompagnò a osservare le postazioni in cui i ranger trascorrevano i turni di vedetta. Erano strutture semplici, piccole impalcature di legno sollevate dal terreno, con un tetto per ripararsi dalla pioggia e nessuna parete a bloccare la visuale a 360 gradi. Notai i resti dei fuochi accesi nelle notti precedenti e un fornelletto da campeggio. Nient’altro. Nessun giaciglio, nessuna sedia, nessun comfort.
I ragazzi che conobbi quel giorno non dovevano avere più di trent’anni. Mi spiegarono che alcuni di loro facevano la guardia durante la notte, mentre altri, di giorno, si muovevano nella foresta in sella a una moto. Da quanto ci raccontarono, il bracconaggio era ancora un problema da combattere. Ebbi comunque l’impressione che gli elefanti di Yok Don non potessero essere in mani migliori.
Era un pomeriggio tranquillo. Quando arrivammo alla seconda postazione di vedetta, molto più grande e organizzata, i ragazzi erano raccolti attorno a un tavolo e bevevano una tazza di tè. Ce ne offrirono un po’, caldo e molto zuccherato. Non parlavano bene inglese e, quando la conversazione per forza di cose si esaurì, ne approfittai per guardarmi intorno.
Sul retro si sviluppava una cucina rudimentale: un caminetto costruito a mano in mattoni, un deposito di legna da ardere e qualche vecchia pentola. Un gatto rosso, abbastanza magro e malconcio, cercava di prendere un pesciolino da un secchio pieno d’acqua e le galline scorrazzavano libere nel giardino di banani.
Ci allontanammo per fumare una sigaretta. Il rifugio dei ranger si affacciava sulla strada: alla nostra sinistra si tornava verso l’ingresso del parco, a destra la carreggiata si inoltrava nella foresta a perdita d’occhio. Aveva piovuto molto nei giorni precedenti e i fiumi erano colmi quasi fino all’orlo. Un palo di legno a ridosso del fiume segnava il limite massimo di sicurezza e l’acqua lo aveva superato di gran lunga. La strada era allagata e l’acqua aveva creato una barriera naturale che nemmeno i 4×4 osavano oltrepassare.

D’un tratto vedemmo affacciarsi sull’altra sponda una coppia di elefanti. Si fermarono qualche istante ad abbeverarsi, accompagnati da due uomini che, al confronto, sembravano minuscoli. Uno di loro si servì di un ceppo per sollevarsi e salire sull’elefante e, con un paio di movimenti agili e precisi, si posizionò a cavalcioni dietro le orecchie dell’animale. Come un’entità unica attraversarono il fiume che aveva invaso la strada e cominciarono ad avvicinarsi.
Non appena riuscii a metterlo meglio a fuoco, notai i lineamenti duri del mahout e la pelle bruciata dal sole. Quel viso segnato dagli anni contrastava con l’agilità dimostrata poco prima. Ebbi l’impressione che si assomigliassero, come se condividessero le stesse rughe.
A Yok Don, secondo quanto ci venne spiegato, soltanto i mahout sono ancora autorizzati a salire sul collo degli elefanti. Tradizionalmente incaricati di addestrarli e condurli durante il lavoro, oggi continuano ad accompagnarli nella foresta e a occuparsi della loro sicurezza e del loro benessere. Gli elefanti del progetto, infatti, hanno alle spalle anni di vita sotto la gestione umana: pur potendo muoversi liberamente, continuano a ricevere assistenza e controlli veterinari. I mahout li seguono anche per prevenire situazioni di pericolo o possibili conflitti con le persone.
Dopo aver raggiunto l’altra sponda e aver bevuto ancora un po’, gli elefanti si avvicinarono al rifugio, dove li aspettava il veterinario. Ba ci aveva anticipato che uno dei due avrebbe dovuto ricevere un vaccino, ma non ci aveva dato altri dettagli. Sembrava una normale visita di routine, per quanto normale possa essere vedere un elefante andare dal dottore.



L’altro elefante si allontanò di qualche metro e ingannò l’attesa mangiando. Il mahout non scese mai dal collo dell’animale. Si accese una sigaretta e lo accompagnò nella posizione giusta, indicandogli la direzione con leggere pacche a destra o a sinistra del collo.
Quando fu il momento di fermarsi, il mahout emise un suono gonfio e profondo e l’elefante si fermò, permettendo al veterinario di misurarlo e di effettuare un controllo generale.
Rimasi impressionata dalle dimensioni della siringa. Eppure, a giudicare dalla reazione dell’elefante, sembrava che non fosse successo proprio niente. In pochi minuti tutto era finito e l’animale raggiunse il suo compagno per partecipare al banchetto.
Gli elefanti si allontanarono e si addentrarono a poco a poco nella foresta. Non c’era tempo di seguirli: il sole stava ormai calando ed era ora di rientrare. Li osservammo finché non ne perdemmo le tracce.
Salutammo i ranger e il mahout che, seduto tra la vegetazione, fumava l’ennesima sigaretta. Rispose con un cenno della testa prima di girare lo sguardo dall’altra parte.

