Era dicembre quando raggiungemmo il Parco Nazionale di Yok Don, negli Altopiani Centrali del Vietnam, non lontano dalla città di Buon Ma Thuot e dal confine con la Cambogia. Eravamo arrivati fin lì per trascorrere due giorni nel parco e fare trekking nella sua foresta di dipterocarpi. La nostra prima giornata a Yok Don, però, cominciò molto prima di mettere piede nella foresta: su un autobus locale da Buon Ma Thuot, prima di incontrare Ba, il ranger che ci avrebbe accompagnati nel parco.
Verso Yok Don sull’autobus numero 15
Arrivammo a Buon Ma Thuot abbastanza presto quella mattina. L’aria del mattino era riuscita a insinuarsi anche in quel luogo di clacson, carrozzerie arrugginite e odore di olio motore.
La stazione dei bus non aveva nulla di diverso da quella di tante altre città, eppure sembrava vivere secondo un ritmo tutto suo: partenze, arrivi, persone di passaggio e altre che lì si incontravano probabilmente ogni giorno. C’eravamo anche noi, ancora troppo addormentati per lasciarci trascinare dalla frenesia di quel crocevia di prima mattina.
Ci defilammo alla ricerca di un caffè. Poco distante, una fila di tavolini e sedie minuscole occupava il bordo della strada. Ci sedemmo lì. Alle nostre spalle si apriva l’unica stanza che riuscivamo a vedere: in fondo c’era la cucina e, dietro una tenda, si intravedevano un cortile, un paio di galline e il bucato appena steso che ancora gocciolava a terra.
A pochi sgabelli da noi, un uomo con la divisa da autista aspettava la colazione. Vidi la donna servirlo, ma non li vidi mai parlare. Non vidi nemmeno lui ordinare.
Aspettammo il caffè in silenzio. Gli unici rumori erano quelli dell’uomo che aspirava i noodles e soffiava sul brodo. Avevamo la sensazione di essere entrati per sbaglio a casa di qualcuno.
Lui finì di mangiare. Solo allora si dissero qualcosa e si sorrisero. Poco dopo si alzò e andò a prendere servizio su uno dei bus della stazione. Lei rimase lì, tra i tavolini e la cucina.
Eravamo davvero entrati a casa di qualcuno.
Il caffè, invece, era discutibile.
Ancora non sapevamo che quello non era un semplice autobus.
Per quell’oretta e mezza di tragitto assistemmo a una lunga serie di trattative, carico e scarico di merci, passaggi di denaro e telefonate. L’autobus non trasportava solo passeggeri: faceva da vero e proprio corriere per pacchi, buste, lettere e denaro. L’autista si concentrava sulla guida, la co-pilota amministrava l’andirivieni.

Cercavamo l’autobus numero 15 e l’unico riferimento che avevamo era una foto recuperata da un vecchio blog di viaggio. Non avrebbe dovuto essere difficile individuarlo: cercavamo un enorme bus verde e rosa, una macchia di colore in mezzo a una distesa di carrozzerie scure e grigie.
Mostrammo la foto in giro cercando di capire a che ora sarebbe passato, ottenendo in cambio soltanto sorrisi frettolosi e cenni con la testa. Aspettammo una decina di minuti prima di vederlo comparire.
Parcheggiò, spense il motore e l’autista scese per andare a fare velocemente colazione. Noi salimmo e ci sedemmo, aspettando che qualcuno venisse a venderci il biglietto.
Il bus portava con grazia i suoi anni e i segni delle cure dell’autista. Intorno al posto di guida aveva costruito un vero e proprio altarino. Ricordo un Buddha e l’incenso. Dietro i sedili anteriori, un tappeto delimitava quello spazio dal resto del mezzo.
Quando l’autista tornò, mi avvicinai per pagare il biglietto. Feci appena in tempo a mettere un piede sul tappeto prima di essere fermata. Guardai in basso: autista e bigliettaia si erano tolti le scarpe.
Avrei dovuto capirlo.
In Vietnam avevamo già imparato a lasciare le scarpe fuori dalla porta prima di entrare in casa. È una questione di pulizia, certo, ma io avevo cominciato a percepirci qualcosa di più. La soglia sembrava tracciare un confine tra ciò che appartiene al fuori e ciò che appartiene al dentro. Le scarpe, che hanno camminato per strada raccogliendone polvere e sporcizia, rimangono dall’altra parte.
Quella mattina, però, non avevo riconosciuto la soglia. Per me eravamo semplicemente su un autobus. E invece era bastato un tappeto steso dietro due sedili per crearne una.
Mi tolsi subito le scarpe e mi scusai. L’autista e la bigliettaia sorrisero, senza dare troppo peso alla mia gaffe, e mi consegnarono il biglietto.
Ogni dialogo aveva qualcosa delle urla dei mercati più affollati. A tratti si scatenava il caos. O almeno, quello che io vivevo come caos: per loro non era altro che una normale mattinata sull’autobus numero 15. Non capivo nulla, ma passai metà del tempo a ridere di quelle dinamiche.
Una signora mi sorrideva ogni volta che incrociavo il suo sguardo, forse incuriosita dalle tante bandierine cucite sul mio zaino o semplicemente dal fatto che una donna dormisse distesa sul sedile, con i piedi appoggiati sulle mie gambe. La cosa divertiva molto anche me e feci da poggiapiedi fino alla fine del tragitto.
Fuori, il paesaggio cambiò gradualmente. Abbandonammo i palazzi, la polvere e lo smog, fino a ritrovarci a dividere la carreggiata con il bestiame. Eravamo in aperta campagna: il verde e l’ocra erano i colori dominanti di quella tavolozza pastello. La gente si muoveva in bicicletta, sedeva davanti casa, lavorava la terra o provava a venderne i prodotti.
A ogni sosta accadeva qualcosa, anche se, ormai così lontani dalla città, rimanevano soprattutto i pacchi da ritirare. Ero parte — o meglio, osservatrice — di quella quotidianità così affascinante che quasi ci sfuggì il grande cancello di Yok Don.
Nella foresta con Ba
Fu mentre bevevamo il caffè dopo pranzo che incontrammo Ba per la prima volta. Si avvicinò a noi con un gran sorriso e un inglese incerto, che non gli impedì di raccontarci con entusiasmo il suo lavoro da ranger. Ci parlò del parco, degli elefanti e dell’impegno quotidiano per proteggerli, dei cacciatori da tenere lontani, della foresta e delle altre creature che la abitavano.
Era evidente quanto fosse orgoglioso del suo lavoro. Lo raccontava con una felicità che poco dopo comparve sul suo viso anche mentre scorreva sul telefono le fotografie della giovane moglie e del figlio appena nato.
Facemmo amicizia in fretta. E, naturalmente, nel giro di poco mi ritrovai anche a parlare al telefono con sua moglie.
Ci dirigemmo nella foresta a piedi. Ci lasciammo alle spalle la reception e attraversammo un fiume gonfio d’acqua. Era la stessa pioggia che in quei giorni stava causando gravi inondazioni in altre parti del Paese e che ci aveva fatto temporeggiare a nord, aspettando che le strade tornassero sicure e percorribili.
Seguimmo Ba a zigzag tra la fitta vegetazione. La foresta di dipterocarpi ha una particolarità affascinante: durante la stagione secca cambia completamente manto, passando dal verde acceso ai toni dorati e ramati, fino ad assumere l’aspetto di una sorta di savana temporanea. In quel momento, invece, la pioggia aveva riempito ogni conca del terreno, dando vita a piccoli stagni e a una quantità notevole di fango.
Ba camminava davanti a noi e si orientava fra le piante in un modo che non smetterà mai di stupirmi. Ci raccontò del serpente che lo aveva quasi morso qualche giorno prima, di come trovare l’acqua e di quali piante fossero commestibili. Osservavo da dietro il suo passo sicuro in quel labirinto e il mio sguardo cadeva continuamente sul machete che portava legato alla cintura. Sorridevo per il contrasto tra quella lama e il sorriso dolce dell’uomo che la impugnava.
A un tratto ci fermammo in prossimità di un albero dalla corteccia chiara e dalle foglie luminose. Su di esso correva un’intera colonia di formiche, indaffarate come sempre.
Ba ci domandò se ne avessimo mai mangiata una e la domanda non ci stupì più del necessario.
Ne prese una, se la portò alla bocca e, dopo averla assaggiata, ci assicurò con un sorriso che sapeva di limone. Poi ne prese un’altra e ce la porse.
Fu così che assaggiammo la nostra prima formica, pungente e agrumata al punto giusto.



Ba si paralizzò senza avvisarci e ci chiese di stare in silenzio e osservare.
A qualche metro da noi, tre gaur si abbeveravano a una pozza. Non appena ci videro smisero di bere e cominciò un curioso scambio di sguardi.
Quei bestioni sembravano avere molta più paura di noi di quanta noi ne avessimo di loro. La cosa mi colpì più di quanto mi aspettassi.
Avevano paura di noi.
Rimanemmo tutti immobili per qualche minuto, finché Ba non tentò qualche passo in avanti. Fu sufficiente: i gaur cominciarono a indietreggiare, continuando a osservarci, fino a sparire completamente nella vegetazione.
Riprendemmo a camminare, ma da quel momento mi accorsi di farlo con più cautela. Abbassai la voce e alleggerii il passo, quasi a voler occupare meno spazio possibile. Dietro di noi rimanevano soltanto le impronte nel fango.


La foresta è piena di risorse nascoste per chi sa cercare. Ba continuò a ripeterlo per tutto il pomeriggio finché, finalmente, decise di mostrarcelo.
Estrasse il machete dalla fodera appesa alla cintura e tagliò qualche centimetro di fusto, spogliandolo del suo rivestimento e rivelandone la parte interna, chiara e fibrosa. Lo adagiò sulla corteccia di un albero e cominciò a colpirlo delicatamente ma con precisione, incidendolo lungo tutto il lato. A ogni colpo di machete partivano goccioloni d’acqua, ma non era quello il metodo migliore. Lo prese, lo appoggiò alla base della maglietta e strizzò forte, fino a vederne uscire tutto il contenuto.
Era acqua.
Era vita intrappolata in un fusto, e io mi sentivo custode di quel piccolo segreto.
Quando si chiudono i cancelli
La luce stava cominciando a cambiare. Si era fatto tardi e Ba ci comunicò che era ora di tornare indietro. Sulla via del ritorno incontrammo un altro ranger alla guida di uno di quei kart tipici dei safari e ci offrì un passaggio fino alla reception.
Al momento dei saluti non avevamo ancora esaurito la voglia di esplorare. Senza pensarci troppo, uscimmo dal cancello del parco e seguimmo la carreggiata.
Camminavamo a bordo strada, tra l’asfalto grigio e qualche casetta in legno immersa nel verde. Sfrecciavano accanto a noi motorini con due, tre o quattro passeggeri, qualche vecchio modello di automobile e, naturalmente, l’autobus numero 15.

Arrivammo poco dopo a un piccolo market stracolmo di merce, con qualche minuscola seggiolina colorata davanti all’ingresso. Ci sedemmo e aprimmo una lattina di birra Larue, ghiacciata.
Osservavamo in silenzio la vita intorno a noi. Due bambini, dall’altro lato della strada, giocavano con delle pietre. Cercammo di capire le regole, ma con scarsi risultati. Ogni volta che uno dei due perdeva la sfida, veniva colpito sul sedere dall’altro, scatenando le risate dei bambini e, di riflesso, anche le nostre.
I bambini della casa accanto ci osservavano incuriositi da lontano, finché non cominciarono ad avvicinarsi, giocando a correrci intorno senza però darci mai confidenza.
Alcune donne arrivarono in sella ai loro motorini per quello che sembrava un incontro abituale. Cominciarono a parlare tutte insieme, ridendo e scherzando, interrompendosi ogni tanto per richiamare i bambini. C’era chi ci osservava, chi ci sorrideva e chi non ci degnava di uno sguardo.
Sembrava il quotidiano appuntamento di fine giornata. Anche la nostra stava volgendo al termine. Rientrammo a Yok Don affamati, pronti a divorare una ciotola di noodles fumanti che ci aspettava alla reception.
Poco a poco calò il silenzio. I cancelli si chiusero e sopra di noi il cielo si riempì di stelle.
Tornammo in stanza per farci una doccia e metterci a dormire. Appena Damiano entrò in bagno, lo sentii ridere e chiamarmi.
Nell’angolo c’era una rana. Enorme e, a giudicare da quanto cercava di tenersi lontana da noi, decisamente spaventata.
Ci guardammo divertiti. Non avevamo paura di lei, ma ci dispiaceva che lei ne avesse di noi. Dovevamo farla uscire. La coprimmo con un asciugamano, la sollevammo e la lasciammo fuori dalla stanza.
Problema risolto.
O almeno così pensavamo.
Avevamo appena chiuso la porta quando vidi qualcosa fare un balzo. Non capii subito cosa fosse: un insetto, forse una cavalletta.
No. Un’altra rana.
Questa volta minuscola.
E molto più difficile da prendere.
Era quasi impossibile seguirla con lo sguardo e, quando si infilò sotto l’armadio, per poco non ci arrendemmo. Guardai fuori dalla finestra: la rana grande era ancora lì, esattamente dove l’avevamo lasciata.
A quel punto decisi, senza alcuna prova, che la piccola fosse sua figlia. Mi raccontai tutta una storia su come fossero arrivate fin lì insieme e trasformai il tentativo di catturarla in una missione di ricongiungimento familiare.
Impiegammo quasi un’ora per riuscire a prenderla e liberarla dalla prigionia di quella stanza. Ridemmo tantissimo.
La connessione internet, per fortuna, non funzionava. Tornammo fuori.
Sopra di noi c’erano le stelle, intorno il silenzio della foresta e addosso tutta la stanchezza della giornata.

