Passare una giornata nella Medina di Tunisi significa perdersi tra souk, street food e terrazze nascoste dove la città rallenta. Non è un luogo da attraversare in fretta: è un labirinto da esplorare lentamente, seguendo profumi, rumori e incontri.
Dove andiamo?
Chems ci teneva a essere il narratore del viaggio sensoriale che stavamo per affrontare.
Quella mattina prendemmo un Uber che ci lasciò nei pressi del Marché Central di Tunisi, uno dei mercati più vivi della città. Si respirava l’aria fresca di una giornata ancora giovane, l’energia crescente di una città che si stiracchia e comincia a fare chiasso.
L’edificio che mi trovai davanti mi ricordò moltissimo gli antichi mercati coperti europei: una struttura ordinata di ferro e vetro, la pura antitesi di ciò che conteneva.
Dentro era caos: folla indaffarata senza un’apparente direzione, profumi che si sovrapponevano, prezzi urlati, dinari passati di mano in mano, e pesce, tantissimo pesce fresco.
Rimasi incantata dai colori dei fichi e dei melograni, dalle montagnole di harissa e paprika, dalla foga dei dialoghi, dall’età di alcuni commercianti. Chems voleva che osservassi, che inalassi le scie di cumino e coriandolo, che assaggiassi il sapore del mare.
Ci unimmo a un piccolo gruppo in fila per delle sardine fritte, un po’ di pane e harissa, la salsa che davvero non perdona.
Tutti i miei sensi erano in allerta.
La giornata stava appena cominciando: sapori, profumi dolci e pungenti, colori sgargianti, seta e velluto, il canto che richiama alla preghiera.
Il Marché Central è il cuore gastronomico di Tunisi: qui si viene per mangiare sardine fritte, bere un caffè e osservare il teatro umano che ogni giorno si ripete uguale e diverso.
Dal Marché Central alla Kasbah
Uscimmo dal Marché Central con le mani ancora un po’ unte di sardine e la testa piena di rumore. Chems decise che era il momento di camminare.
Attraversammo Bab el Bahr, la porta che segna il passaggio tra la città moderna e la medina, e da lì iniziammo a perderci tra vicoli e passaggi coperti.
La Place de la Kasbah apparve come una pausa improvvisa: uno spazio aperto, geometrico, sorvegliato, dove la città sembra trattenere il respiro.
Se stai pianificando un itinerario a piedi nella medina, questo è uno dei tratti più intensi e simbolici della città.
Qui, mi spiegò Chems, nel 2011 la gente aveva piantato tende e protestato contro il regime di Ben Ali. Anche lui c’era. Aveva indossato i pattini a rotelle e filmato tutto quello che riusciva a immortalare.
La Kasbah era il cuore politico della rivoluzione tunisina, il luogo in cui la protesta aveva cercato di trasformare il futuro.
Mi raccontò di slogan brevi, facili da memorizzare e diffondere, e dei muri diventati mezzi di comunicazione formidabili quando la censura bloccava il flusso del pensiero libero.
Oggi la piazza è calma, ma i muri raccontano ancora.
Tra strati di vernice e slogan sbiaditi emergono frammenti di street art rivoluzionaria: volti, simboli, frasi in arabo e francese.
Alcuni murales sono opera di collettivi come Ahl El Kahf, artisti che dopo il 2011 hanno trasformato la città in un manifesto a cielo aperto.
Street food nella Medina: il Brik della Kasbah
Immaginare quella piazza gremita di persone radunate a lottare per un obiettivo comune fa percepire l’energia e le speranze che hanno attraversato il Paese.
Ci lasciammo alle spalle la piazza e i magnifici archi bianchi e neri del municipio per andare ad assaggiare un’altra delizia tunisina: il Brik, in un minuscolo chioschetto alle porte della medina.
Beignets de la Medina è più un banco da asporto che un ristorante: solo un paio di tavolini alti all’esterno, gente che mangia in piedi e il profumo dell’olio caldo che invade la strada.
Chems mi disse che accompagna sempre qui chi è nuovo a Tunisi. Secondo lui, è il Brik più buono della città.
Stiamo parlando di un croccantissimo triangolo di pasta fillo ripieno di ingredienti semplici che, insieme, diventano una vera prelibatezza dello street food tunisino: patate, uovo, tonno, un formaggio che ricorda il caciocavallo, prezzemolo e un mix di spezie misteriose.
Mangiarlo in piedi è uno dei modi più autentici per entrare nel ritmo della città.
Ero tentata di assaggiare anche la Fricassée, un panino fritto sorprendentemente leggero farcito con tonno, uova e olive. Ma ho preferito tenermi lo spazio per il pranzo: Chems mi aveva promesso un cous cous imperdibile.



❖ Si trova in zona Kasbah, all’interno di Dar El Bey, in Rue de la Kasbah, a pochi passi dalla Moschea di al-Zaytuna.
È un banco take-away con un paio di tavolini alti all’esterno. Si ordina al bancone e si mangia lì, come fanno molti locali.
Perdersi nei souk della Medina
Dopo il Brik ci addentrammo nei souk della medina.
Per chi non c’è mai stato è difficile spiegare cosa si prova: è una sorta di febbre da souk.
Colori abbaglianti, profumi dolci e intensi, canti e urla che finiscono per armonizzarsi.
È la fretta di chi compra e la calma di chi contratta mentre fuma l’ennesima sigaretta.
È dolce come le zollette di zucchero tuffate nei bicchierini di vetro in cui si beve il tè.
È la trama psichedelica di mille tappeti tessuti a mano e arrotolati in piccoli negozi in cui il commerciante quasi scompare.
È la via dell’oro e dell’argento.
È il banco di frutta poco più in là, steso direttamente a terra.
È la macelleria a cielo aperto, il calzolaio che con strumenti antichi crea modelli nuovi, i dolcetti al miele venduti a ogni incrocio.
Tra una bottega e l’altra si nascondono anche antichi palazzi e case nobiliari della medina, alcuni trasformati oggi in piccoli musei.
In ogni angolo sta succedendo qualcosa.
Nei souk tutto accade contemporaneamente, e tu puoi solo scegliere se resistere o lasciarti attraversare.
Profumi, terrazze e vista sulla Zitouna
Quella mattina cercavamo il guanto degli hammam, quello ruvido che ti lascia la pelle arrossata e liscia.
Ne compro sempre uno nei paesi del Maghreb: è uno dei miei piccoli rituali di viaggio.
Tra spezie e tappeti, Chems mi portò in una profumeria minuscola, piena di ampolle di vetro allineate sugli scaffali.
Il profumiere faceva annusare le essenze una alla volta, poi le mescolava davanti a noi con gesti lenti: gelsomino, muschio, ambra.
Scelsi il gelsomino, anche perché era il profumo che sentivo addosso a Chems ogni giorno.
Con il sacchetto in mano tornammo nel rumore del souk e poco dopo Chems mi portò al Café Panorama, una terrazza nascosta in uno degli edifici più alti della medina.



❖ 27 Souk Trok – Medina di Tunisi
Il Café Panorama si trova vicino alla Moschea al-Zaytuna. Non cercare un’insegna evidente: bisogna entrare in un negozio di tappeti e iniziare a salire le scale.
Piano dopo piano attraverserai stanze dove i tappeti vengono tessuti e arrotolati in pile colorate.
All’ultimo piano si apre la terrazza: da lì il minareto della Zitouna emerge tra i tetti bianchi della medina.
Cous cous nella Medina

Dopo il succo con vista tornammo nel cuore vero della medina per pranzo.
A pochi passi dalla Moschea al-Zaytuna, in una via coperta sotto i portici, si trova El Mahdaoui.
Non ha un’insegna appariscente. Lo riconosci dal muro color ocra, dalla bandiera tunisina sopra l’ingresso e da una lavagna nera con il menù scritto a mano.
Il cous cous arrivò abbondante.
La semola era soffice, separata, mai incollata. Il brodo profumava di cumino e coriandolo senza essere invadente.
Seduta lì, sotto i portici, con il rumore attutito dei passi e le voci che rimbalzavano sulle pareti di pietra, ebbi la sensazione che la medina si fosse fermata per un momento.
Street art nella Medina
Dopo pranzo avevo un obiettivo preciso: cercare la street art di Tunisi.
L’arte urbana nella medina non si offre subito. È mobile, mutevole, richiede attenzione.
Bisogna alzare lo sguardo, osservare le pareti scrostate, infilarsi nei vicoli meno battuti.
Nei dintorni della Moschea al-Zaytuna e verso Tourbet el Bey iniziammo a trovarne i primi: calligrafie monumentali, frasi in arabo che si arrampicano sui muri, volti stilizzati.
Non esiste un percorso ufficiale.
C’è solo un modo per trovarli: camminare lentamente e alzare lo sguardo.
Una pausa nei caffè della Medina
Dopo ore passate a inseguire colori sui muri della medina, le gambe chiedevano una pausa.
Dove fermarsi per un caffè nella medina
Café Belkadhi
❖ 187 bis, Tunis
Piccolo caffè con tavolini all’aperto. I dolcetti al miele e alle mandorle accompagnano una pausa veloce.
Café El Mrabet
❖ 27 Souk Trok
Uno dei caffè storici della medina, tra piastrelle decorate e tè alla menta bollente.
Café du Souk
❖ Si trova tra i vicoli di Souk Trok, a pochi passi dalla Moschea Zitouna.
Una sala grande e ariosa con tessuti sospesi, tappeti e lanterne che ricordano un piccolo caravanserraglio. Molti giovani vengono qui a studiare o lavorare. Nessuno ha fretta.


Una birra al Café Univers

Era ormai sera e la città era illuminata dalle luci artificiali.
Quando ci avvicinammo al Café Univers, per un attimo pensai fosse chiuso: davanti alla porta spiccavano quattro tavolini e un ombrellone logoro.
Appena mi affacciai all’ingresso vidi che dentro era pieno di gente.
La maggior parte erano uomini. Io, insieme ad altre due ragazze senza velo, eravamo le uniche presenze femminili.
Il Café Univers, uno dei bar più antichi del centro di Tunisi, non è elegante né turistico.
È uno di quei posti dove la città si incontra dopo il lavoro, davanti a una Celtia, la birra locale.
Non c’era posto per sedersi, ma il cameriere — un ragazzo giovane e allegro — ci fece cenno di entrare e ci sistemò dietro il bancone mentre continuava a lavorare attorno a noi.
Il locale sembrava pieno di clienti abituali. Alcuni avevano ancora addosso la divisa da lavoro.
Seduta con la bottiglia verde tra le mani non pensavo a nulla di particolare.
Tutto sembrava naturale: il fumo, le conversazioni, le bottiglie sul bancone.
Eppure mi chiedevo fino a che punto il consumo di alcol fosse davvero accettato in un paese musulmano.
Solo qualche giorno dopo avrei capito meglio quella scena.
Il venerdì sera Chems organizzò una piccola festa in casa. Servivano delle birre, ma era venerdì — il giorno sacro — e in alcuni negozi la vendita di alcol ai tunisini non era consentita.
Così andai io.
Era un capannone all’ingrosso vicino ad Avenue Bourguiba. Mostrai il passaporto, comprai le bottiglie e uscii.
Fu lì che capii che in Tunisia l’alcol non è né un tabù assoluto né un gesto del tutto neutro.
Esiste, ma dentro equilibri discreti e regole non scritte.
Ripensai allora al Café Univers: al fumo denso, alle divise da lavoro, alle bottiglie verdi sul bancone.
Non era una contraddizione.
Era semplicemente un’altra sfumatura della città.
Tornammo a casa a piedi, con l’odore di fumo ancora nei capelli e il sapore amaro della Celtia sulle labbra.
La medina era già lontana, ma in qualche modo continuava a camminarmi dentro.

