Hammam Tunis

Tunisi al femminile: danza, ceretta al miele e hammam

Sotto la superficie rumorosa della città esiste uno spazio più intimo: quello dei rituali di cura, delle risate tra donne e dei piccoli gesti tramandati nel tempo.

Vivere Tunisi al femminile significa entrare in spazi che raramente compaiono nelle guide: case private, hammam di quartiere e rituali di bellezza che esistono da secoli e continuano a essere condivisi tra donne.

Una notte di musica e Raqs Shaabi a Tunisi

Raqs Shaabi Tunis

La sera prima, a casa di Chems, qualcuno fece partire un pezzo di musica tradizionale tunisina. In un attimo la stanza si riempì di ritmo, colpi bassi e secchi — dum-tak-tak, dum-tak. Ebbi quasi la sensazione che i vetri tremassero e contribuissero a diffondere quell’energia irresistibile.

Nessuno rimase immobile: persino i più timidi muovevano i piedi sotto il tavolo.

Era la prima volta che incontravo Asma, una ragazza tunisina della mia età con un talento indiscutibile per la danza. Mi incuriosiva, così seguii con attenzione i suoi movimenti. Si alzò, afferrò una sciarpa che penzolava dal divano poco distante e se la legò ai fianchi con un gesto fluido ed elegante. Chiuse gli occhi e si lasciò semplicemente rapire dalla musica.

I passi erano semplici, quasi ipnotici. Il movimento si ripeteva, ma erano i fianchi a raccontare davvero la danza: ritmati, energici, liberi.

Raqs Shaabi

Altre due ragazze la seguirono e in quel momento mi resi conto di essere testimone di qualcosa di prezioso. Stavano ballando il Raqs Shaabi, una danza popolare tunisina informale e coinvolgente, un’espressione spontanea di femminilità.

L’armonia vigorosa di quelle giovani donne che si muovevano insieme, accompagnata dal battito dei palmi degli uomini presenti nella stanza, mi fece brillare gli occhi.

Asma lo notò e venne ad afferrarmi la mano.

«Seguimi. Muoviti con me e lascia che il ritmo ti invada.»

Così passai l’intera serata tra risate, sudore e contatto umano, inebriata non dall’alcol ma dal ritmo della darbouka.

Fu lì che nacque un’amicizia.

E la mattina dopo eravamo già d’accordo per rivederci.

Il Museo del Bardo: un viaggio fra le tracce di civiltà passate

Ci incontrammo presto, quando Tunisi aveva ancora il ritmo lento delle prime ore del mattino. Ci sedemmo in un piccolo caffè per fare colazione. Avevamo ancora addosso l’energia della sera prima e ridevamo ripensando ai nostri goffi tentativi di ballare insieme.

Asma mi disse che voleva portarmi in un posto speciale: il Museo Nazionale del Bardo.

«È uno dei luoghi più importanti della nostra storia», mi spiegò mentre finiva il suo caffè.

Dopo colazione attraversammo la città per raggiungere il museo, uno dei luoghi culturali più importanti del paese. Ospitato in un antico palazzo beylicale poco fuori dal centro di Tunisi, il Bardo custodisce una delle più grandi collezioni di mosaici romani al mondo.

Museo Bardo mosaico Tunisi
Museo Bardo volta Tunisi
Museo Bardo mosaico Tunisi

Entrando nelle sale il ritmo della città sembrò rallentare di colpo.

Il rumore del traffico rimase fuori, sostituito da un silenzio quasi solenne.

I mosaici riempivano le pareti e i pavimenti: scene di caccia, divinità marine, animali fantastici e frammenti di vita quotidiana dell’Africa romana.

Ogni stanza sembrava raccontare una storia diversa, fatta di colori che, nonostante i secoli, continuavano a vibrare sotto la luce soffusa delle sale.

Camminando accanto ad Asma tra quei pavimenti di pietra antica ebbi la sensazione di attraversare un’altra Tunisia, molto più lontana nel tempo: un paese stratificato, dove civiltà diverse avevano lasciato tracce silenziose ma potentissime.

Restammo lì un paio d’ore, muovendoci lentamente da una sala all’altra, finché la luce del mattino che entrava dalle finestre ci ricordò che la giornata fuori stava già ricominciando.

Asma mi guardò sorridendo.

«Ora ti porto in un posto molto più… quotidiano.»

Ed è così che mi ritrovai poco dopo seduta nel salotto di una signora che faceva la ceretta tunisina con il miele.

La ceretta al miele: un rituale di bellezza nel Maghreb

Ceretta al miele Zoom-In

Parcheggiammo la macchina davanti a una piccola casa a un piano, in un quartiere residenziale tranquillo.

Lì viveva Najwa, una signora sui cinquant’anni che aveva trasformato la sua abitazione in un piccolo centro estetico domestico, portando avanti un’antica tradizione ormai sempre più rara: la ceretta fatta con il miele.

Asma mi lasciò lì.

Suonai il campanello e dopo pochi secondi il cancelletto si aprì. Entrai nella sua piccola dimensione sospesa nel tempo.

La stanza in cui mi ritrovai aveva qualcosa di quasi surreale: un enorme tappeto con una stampa di cuori, un materasso buttato a terra che fungeva insieme da divano e da lettino, e un fornellino improvvisato su cui scaldare la cera.

Najwa non parlava né inglese né francese, ma sapeva comunicare perfettamente. D’altronde l’estetica è quasi un linguaggio universale tra donne.

Mi fece cenno di togliermi le scarpe e di accomodarmi. Poi, mentre metteva a scaldare la cera, mi offrì un caffè e una sigaretta.

Parlavamo con i sorrisi e con quei due piccoli vizi che ci accomunavano.

Quando la cera fu pronta mi spogliai completamente — le avevo chiesto una ceretta totale.

Najwa infilò la spatolina di legno nel pentolino e iniziò a stendere sulla pelle quella sostanza calda e ambrata che, a contatto con l’aria densa di fumo nella stanza, si solidificava in pochi secondi, pronta per essere strappata.

Pensavo avrebbe fatto molto più male.

Invece quei gesti rapidi e sicuri, quasi automatici, non mi sconvolsero più di tanto.

Ceretta al miele Tunisi
Ceretta al miele Tunisi
Ceretta tunisina al miele

Il momento dello strappo

Ceretta al miele Tunisi

Una tecnica antica

La ceretta al miele — una miscela di miele, zucchero e limone — è una tecnica antichissima diffusa in tutto il Maghreb e in molte zone del Medio Oriente.

A differenza delle cere industriali usate nei centri estetici moderni, questa pasta naturale viene modellata direttamente con le mani o con una spatola e riutilizzata più volte durante la seduta.

È una pratica semplice, economica e sorprendentemente efficace, che in molti luoghi sopravvive ancora nelle case di donne come Najwa.

Alla fine della seduta mi guardò soddisfatta e scoppiò a ridere.

Non capii cosa disse, ma il tono era chiarissimo: il lavoro era fatto.

Mi rivestii lentamente, ancora avvolta dall’odore dolce della cera calda e dal fumo delle nostre sigarette.

Quando uscii di nuovo nel sole del pomeriggio tunisino, Asma mi stava già aspettando.

Verso l’hammam

Quando uscii dalla casa di Najwa, l’aria del pomeriggio mi sembrò improvvisamente più fresca.

Asma mi accompagnò fino al centro della città, dove avrei dovuto prendere un moto-taxi per raggiungere Ines.

Nel frattempo aveva iniziato a piovere.

Non era un temporale, ma quella pioggia leggera e continua che rende le strade lucide e il traffico ancora più caotico.

Contrattai il prezzo con uno dei motociclisti che aspettavano i clienti sul bordo della strada e salii dietro di lui.

Partimmo subito, zigzagando tra le macchine ferme ai semafori.

L’acqua mi bagnava il viso e i vestiti, ma invece di infastidirmi mi faceva ridere.

In pochi minuti eravamo completamente fradici.

Attraversammo una parte della città che non avevo ancora visto e poco dopo arrivai nel quartiere Ariana, dove mi aspettava Ines davanti al Bain Maure Mayorka, uno dei tantissimi hammam tradizionali di Tunisi.

Non uno di quelli eleganti pensati per i turisti.

È un hammam di quartiere, semplice e popolare, dove il prezzo è accessibile e le persone che lo frequentano sono quasi tutte del posto.

Fu proprio per questo che Ines volle portarmi lì.

Dentro l’hammam

Entrammo in un piccolo androne dove si trovava la cassa e pagammo l’ingresso. Subito dopo lasciammo le nostre cose negli armadietti, appena fuori dalla porta che conduceva al bagno vero e proprio.

Fu lì che commisi il primo errore della giornata: dimenticai l’asciugamano. Non ne affittavano (così come in quasi tutti gli hammam tradizionali di Tunisi), così capii subito che alla fine avrei dovuto arrangiarmi asciugandomi con la mia maglietta.

Quando attraversammo la porta dell’hammam il mondo esterno sembrò sparire di colpo.

L’aria era densa di vapore, quasi lattiginosa, e piena di voci femminili che rimbalzavano sulle pareti di marmo. Risate, chiacchiere, richiami tra una stanza e l’altra: un brusio continuo che rendeva quell’ambiente vivo e sorprendentemente accogliente.

L’hammam era composto da diverse stanze comunicanti, ognuna con una funzione precisa.

Appena entrammo una signora ci fece cenno di avvicinarci. Con movimenti veloci e sicuri iniziò a lavarci con un sapone profumato, strofinando la pelle con gesti esperti che sembravano ripetuti mille volte.

Una volta pulite ci indicò la prima sala di vapore.

Restammo lì sedute per una decina di minuti. Lungo le pareti correvano panche di marmo, levigate dall’uso di generazioni di donne. Ovunque c’erano catini pieni d’acqua: alcune immergevano i piedi nell’acqua calda, altre si versavano secchiate d’acqua fresca sulle spalleper sopportare meglio il calore.

Poco alla volta il corpo iniziò a rilassarsi.

Il calore apriva i pori della pelle e il tempo sembrava rallentare insieme al vapore che riempiva la stanza.

Quando fu il momento passammo alla sala successiva.

Qui alcune donne dell’hammam aspettavano chi voleva fare il rituale del guanto esfoliante. Si muovevano completamente nude con una naturalezza assoluta, chiamando le clienti verso i lettini di marmo su cui bisognava sdraiarsi per il trattamento.

Mi stesi.

E iniziò lo scrub.

Ricordo ancora la forza dello sfregamento sulla pelle, molto più intensa di quanto mi aspettassi. Il guanto ruvido trascinava via strati di pelle morta lasciando piccoli rotolini grigi che scivolavano sul marmo bagnato, mentre l’acqua veniva versata a secchiate per risciacquare il sapone.

Era energico, quasi brutale.

Ma incredibilmente efficace.

Nella stanza accanto alcune donne stavano ricevendo massaggi. All’ingresso ci avevano dato dei braccialetti colorati per distinguere chi aveva pagato quel servizio.

Quando lo scrub finì pensai che il rituale fosse terminato.

Mi sbagliavo.

Una delle donne arrivò con una ciotola piena di argilla verde profumata alla menta e iniziò a spalmarla su tutto il corpo. L’odore era fortissimo, quasi pungente, tanto da far bruciare leggermente gli occhi.

Fu una delle sensazioni più strane che abbia mai provato.

Nonostante il vapore caldo della stanza, l’argilla iniziò a solidificarsi rapidamente sulla pelle. Mano a mano che si induriva lasciava una sensazione di freddo improvviso, come piccoli brividi che correvano su tutto il corpo.

Per un momento pensai quasi di sentirmi male.

Dopo cinque o dieci minuti ci dissero di entrare nelle docce per lavar via quell’impasto verde.

Usammo saponi profumati al sandalo e al gelsomino per lavare corpo e capelli. Si era formata una piccola fila e ricordo il disagio di dover aspettare il mio turno con quella sensazione di freddo che pungeva la pelle.

Quando finimmo tornammo al piano superiore per riprendere le nostre cose negli armadietti.

Accanto agli spogliatoi c’erano anche un piccolo parrucchiere e una estetista che faceva manicure e pedicure. Io scelsi di farmi asciugare i capelli: tre euro per una piega veloce.

L’atmosfera era incredibile.

Profumi intensi, chiacchiere e risate riempivano la stanza. L’hammam sembrava quasi un piccolo mondo sospeso, dove il tempo scorreva in modo diverso.

Mi colpì soprattutto osservare il momento dell’uscita.

Alcune ragazze giovani rimettevano semplicemente la tuta e uscivano ridendo, mentre altre, con i capelli appena messi in piega, si coprivano la testa con il velo prima di tornare nel mondo esterno.

Quando uscimmo l’aria fresca della sera mi colpì la pelle appena pulita.

Avevo la sensazione che uno strato invisibile di polvere, stanchezza e città fosse rimasto dentro quelle stanze di vapore.

Piccola guida all’hammam tunisino

Bain Maure Mayorka – Ariana (Tunisi)
Ingresso circa 10–15 dinari

Un hammam tradizionale tunisino è composto da diverse stanze:

  • sala di vapore per aprire i pori
  • scrub con guanto esfoliante (kessa)
  • applicazione di argilla o saponi naturali
  • docce finali

Molti hammam offrono anche massaggi, parrucchiere e trattamenti estetici.

Una birra da Chez Vous

Dopo l’hammam avevamo bisogno di qualcosa di semplice: una birra e qualche minuto per tornare lentamente alla realtà.

Ines mi portò in Rue de Marseille, una piccola strada del centro di Tunisi che di sera cambia completamente atmosfera.

Entrammo da Chez Vous, un locale senza grandi pretese.

Sul retro si nascondeva un altro spazio più piccolo, quasi segreto: Chez Nous.Un posto informale, con tavolini vicini e un’aria da bar di quartiere.

Ci sedemmo e ordinammo due birre.

Il locale era pieno di conversazioni, risate e musica che usciva da qualche telefono.

Era uno di quei momenti semplici che nei viaggi diventano improvvisamente perfetti.

Una Tunisi che si racconta tra donne

Quando uscimmo da Chez Vous la sera era ormai scesa su Tunisi.

Ripensai alla giornata appena trascorsa: la danza improvvisata la sera prima, il silenzio del Museo del Bardo, la casa di Najwa con la sua ceretta al miele, il vapore dell’hammam e ora queste birre bevute lentamente tra risate e stanchezza.

Erano momenti semplici, ma profondamente rivelatori.

Mi resi conto di aver scoperto una Tunisi intima, fatta di gesti quotidiani, rituali di cura e spazi dove le donne si incontrano, parlano e si prendono tempo per sé.

Una Tunisi che difficilmente si trova nelle guide —
 e che forse si lascia scoprire solo quando si smette di cercare monumenti e si comincia ad ascoltare le persone.

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