Dentro una casa omanita tra tradizione, famiglia e ospitalità
Ero già stata a casa di Mohammed.
L’avevo conosciuto su Couchsurfing e ci eravamo scambiati qualche messaggio nelle settimane precedenti. Stavamo visitando il forte di Nizwa quando ricevetti un suo messaggio: ci proponeva di andare a casa sua a provare il caffè omanita e qualche dolcetto.
Ci venne a prendere subito in macchina e, prima di tutto, si fermò a comprare le sigarette. A Nizwa, e in generale in tutto l’Oman, non è così facile trovarle.
Sedute nel suo lunghissimo soggiorno, provammo sulla pelle cosa significasse davvero l’ospitalità omanita. Ci sentimmo subito a casa.
Fra una chiacchierata e l’altra venimmo a conoscenza di una delle tradizioni più sentite durante i giorni dell’Eid in Oman.
È quello che chiamano shuwa in Oman.
Lo shuwa è una preparazione tradizionale omanita: carne cotta sotto terra per diversi giorni, tipica delle celebrazioni dell’Eid.
Ogni famiglia scava la propria buca, deposita la carne avvolta e la ricopre per creare una sorta di forno sotterraneo.

Mentre noi eravamo lì, in casa sua, in città stava succedendo qualcosa che non avremmo visto con i nostri occhi.
Una grande buca comune, una sola, e intorno decine di famiglie che calavano i loro sacchi di carne. C’era chi suonava, chi cantava, chi teneva in mano torce accese che illuminavano la scena.
Ce lo raccontavano, ci mostravano video, e bastava per immaginarlo.
Quella sera ci salutammo così, con la sensazione di essere rimasti fuori da qualcosa di profondamente intimo.
Il giorno dopo camminammo nei quartieri poco fuori dal souk.
C’era un continuo via vai: famiglie, bambini, porte aperte, scarpe accumulate agli ingressi.
Poi arrivò un messaggio su WhatsApp.
Mohammed ci chiese la posizione e, dopo pochi minuti, ci raggiunse.
Era elegante, indossava un abito color porpora, la barba curata e il tipico cappello omanita.
Ci invitò a pranzo.



Lo shuwa in Oman: la carne cotta sotto terra
Fu un invito non programmato, ma nonostante questo non ci sentimmo mai di troppo.
Si respirava un’aria di intima familiarità.
Il telefono di Mohammed squillò almeno tre volte: era il fratello, preoccupato che la recente pioggia avesse compromesso la riuscita della carne.
Dopo qualche minuto arrivarono anche i vicini, portando con sé una pala.
Era arrivato il momento.
Li seguii fuori, verso lo spiazzo dove la carne stava finendo di cuocere.
Osservavo ogni gesto con attenzione.
Iniziarono a scavare.
In pochi minuti la terra cedette.
Servirono due uomini per sollevare il sacco.
All’interno c’erano grandi involucri intrecciati, scuri, compatti.
Mohammed vi appoggiò la mano per sentirne la temperatura.
Ci fu uno scambio di sorrisi, poi li caricarono sulle spalle e tornarono verso casa.

L’estrazione dello Shuwa

La carne arrivò davanti casa ancora avvolta nel suo involucro scuro, impregnato di terra e fumo.
Quando il sacco si aprì, l’odore arrivò subito, pieno e caldo.
Ogni pezzo era avvolto in strati di carta e foglie annerite.
Iniziammo ad aiutarli ad aprirli.
La carne si sfilacciava tra le mani, senza resistenza.
La prendevamo, la separavamo, la assaggiavamo ancora prima che fosse tutto pronto.
Mohammed ci porgeva i pezzi, uno dopo l’altro.
Poi ci spostammo all’interno.
Mangiare lo Shuwa durante l’Eid
Sul tappeto stendemmo un telo di plastica e sistemammo tutto al centro.
Arrivò un grande vassoio di biryani, accompagnato da alcuni piattini di fattouche.
Ci sedemmo intorno.
Il gesto era sempre lo stesso: prendere un po’ di fattouche, appoggiarlo sul riso, aggiungere la carne dal centro del piatto e raccogliere tutto con la mano, chiudendola leggermente a cucchiaio prima di portarla alla bocca.
Mangiai così, seguendo i loro movimenti.
Durante il pranzo, Mohammed era seduto accanto al fratello e al nipote.
Parlavano tra loro in arabo, senza mai interrompersi.
Non lo vissi come una distanza.
Era come se ci stessero dicendo: siete qui, mangiate, fate parte di questo momento.
E infatti non mi sentii mai un’ospite.
Quando finimmo di mangiare e aspettavamo che il caffè fosse pronto, il fratello di Mohammed si alzò e tornò poco dopo con un khanjar, il tradizionale pugnale omanita indossato durante le festività religiose e le occasioni importanti. Sì, proprio lo stesso pugnale raffigurato sulla bandiera del Paese.
Era evidente quanto fosse felice di mostrarmelo, nonostante un certo imbarazzo per il suo inglese essenziale. Ma non servivano molte parole.
Osservavo la ricca lavorazione del fodero e della cintura che lo sostiene in vita, cercando di memorizzare ogni gesto mentre me ne spiegava l’utilizzo. Poi arrivò il mio turno.


Mi aiutarono a indossarlo tra risate e commenti in arabo che non capivo, mentre tutti gli occhi erano puntati su di me. In quel momento mi resi conto di due cose: di quanto fossi lontana da casa e di quanto, sorprendentemente, mi sentissi a mio agio in quella di perfetti sconosciuti.
Appena un’ora prima ero entrata in quel soggiorno con la cautela di chi non sa bene quale posto occupare. Adesso quella distanza si era accorciata fino quasi a scomparire.
Arrivò il caffè.
Insieme alle tazzine e alla frutta, una delle ragazze che aiutavano nella gestione della casa portò una scatola di velluto rosso. Al centro conteneva un grande pezzo di incenso, mentre tutto intorno erano disposte piccole boccette di profumo.
Prima di lasciare la casa, ciascun ospite poteva scegliere la fragranza che preferiva e spruzzarla su vestiti e capelli. È un gesto legato all’ospitalità omanita: dopo ore trascorse insieme fra caffè, incenso e cibo condiviso, si offre agli ospiti la possibilità di rinfrescarsi e portare con sé un buon profumo.

La bellezza della scatola mi colpì subito, ma ancora di più mi colpì il pensiero che c’era dietro. Non era un gesto pensato per stupire, bensì una piccola attenzione verso il benessere dell’ospite.
Fu una delle forme di ospitalità più premurose che abbia incontrato durante il viaggio.
Poi i saluti, semplici.
Mohammed ci riaccompagnò verso il centro di Nizwa.
Non era un addio, ci saremmo incontrati di nuovo.

